shock culturale inverso
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Shock culturale inverso

non ne avevo mai sentito parlare o meglio..

di shock culturale ne avevo sentito parlare, certo. Ma non di quello da rientro.

Facciamo il punto della situazione. Sono rientrata in Italia da ormai qualche mese e ancora non riesco ad essere serena. Le prime settimane sono state una sorta di luna di miele ma poi giorno dopo giorno il malessere ha iniziato a farsi sentire.

Ne avevo già parlato in questa occasione qualche tempo fa e le cose non sono cambiate molto.

Ho desiderato tanto tornare in Italia che mi aspettavo di ritrovare la pace dei sensi non appena vi avessi rimesso piede ma purtroppo non è stato così.

Sintomi: ho iniziato a dormire poco e male, a provare ansia, frustrazione, fastidio.

Ho iniziato a non ritrovarmi in ciò che la gente dice o in come si comporta.

Ho iniziato a percepire una mentalità spesso vecchia o altamente individualista ed essere insofferente e intollerante riguardo al poco senso civico della gente che mi circonda.

Mozziconi buttati per terra o spenti e nascosti sotto la sabbia in spiaggia, pedoni che non vengono lasciati attraversare sulle strisce, gente che urla sulla metro, gente che ascolta musica e video dai telefonini ovunque senza auricolari (sapete che li hanno inventati e sono in vendita anche a prezzi piuttosto convenienti?).

E poi ancora.

La burocrazia lenta, davvero troppo lenta per svolgere anche la pratica più banale.

Telegiornali che sono dei bollettini di guerra.

Programmi demenziali che vengono trasmessi in televisione.

Contratti di lavoro da fame e con condizioni tremende.

Le chiamate di telemarketing che si ricevono ogni giorno, a volte più volte al giorno (in nove anni in Germania non ne ho mai ricevuta una).

La politica penosa.

Le lamentele (devo ritrovare l’articolo di un blog dove si dice che la lamentela è lo sport preferito dagli italiani insieme allo zapping).

La dipendenza dalla macchina, anche per fare pochi metri.

Giusto per fare degli esempi ma potrei proseguire.

Siccome non sono il tipo di persona che si piange addosso ho iniziato a chiedermi se il problema fosse attorno a me o dentro di me.

E così ho iniziato a leggere svariate testimonianze di ex expat e mi sono imbattuta in articoli tipo questoquesto e così ho cercato di leggere il più possibile a riguardo.

Mi sono ritrovata inconsciamente nel pieno di quello che viene chiamato shock culturale inverso e ho potuto dare un nome al mio malessere.

Di cosa si tratta a grandi linee?

Mentre quando si parte per l’estero si è in qualche modo preparati ad affrontare quelli che possono essere il cambiamento e il gap culturale, quando si rientra nel proprio paese di origine non si prende in considerazione la possibilità di potersi sentire disorientati e stranieri a casa propria.

Si da per scontato che tornare a casa significhi ritrovare gli affetti, gli amici di sempre, i profumi e i sapori di un tempo, i ritmi e le abitudini che prima di partire facevano parte della nostra quotidianità.

I luoghi natali sembrano essere rimasti immutati ma in realtà sono cambiati. Così come sono cambiate le persone che li abitano e anche noi, che siamo partiti e poi ritornati, siamo cambiati.

Ci sono persone che incappando in questo shock culturale quando tornano nel paese natale cadono in un vero e proprio stato di depressione.

Nel mio caso parlare di depressione è esagerato ma ci sono andata vicina.

Sono arrivata al punto di sentirmi completamente debilitata e apatica. Quando ho iniziato a far fatica anche ad alzarmi dal letto la mattina (e io sono abbastanza iperattiva, soprattutto di mattina) mi sono resa conto che la situazione mi stava sfuggendo di mano e che dovevo fare qualcosa.

Mi sono presa un periodo di pausa da tutto e da tutti.

E poi mi sono guardata dentro, mi sono posta una serie di domande, mi sono ascoltata (forse per la prima volta davvero) e ho rimesso in discussione tutto.

Ho capito che il problema era mio, i luoghi e le persone non hanno colpa se sono io a non essere più la stessa persona di prima.

Mi sono allontanata da chi mi assillava con domande del tipo “Perchè” “E adesso cosa fai?”, spinta solo dalla curiosità e dalla voglia di avere qualcosa di cui sparlare.

Spesso ho avuto come la sensazione di dover giustificare le mie scelte ed è una cosa che non sopporto.

Si cambia e non è detto che ciò che ci va bene quando abbiamo vent’anni vada bene anche quando ne abbiamo trenta o quaranta.

Stessa cosa è nei confronti di una città. Il fatto che si è stati bene in un luogo non significa che sia il luogo dove si vuole trascorrere il resto della vita. A volte sì altre no. E capita a chi vive all’estero ad un certo punto di aver voglia di (provare) a tornare.

Noto che c’è un po’ la tendenza a pensare che nella vita non bisogna tornare indietro.

Io credo che nella vita si possa partire, tornare indietro, ripartire di nuovo, cambiare percorso e, perchè no, delle volte prendersi anche una pausa. Non esistono regole fisse per chiunque.

Ho scelto il soffione come immagine perchè lo associo alla fragilità della vita, ma poi facendo una serie di ricerche sul suo significato ho scoperto che è associosato alla rinascita e al cambiamento. Nulla insomma avviene per caso.

“Prendi un soffione nelle tue mani, chiudi gli occhi e soffia via le spore. Esprimi un desiderio e vedrai che domani si avvererà ”

P.S. Dicono che lo shock culturale dura in genere qualche mese (più è distante il luogo dove si è stati più potrebbe durare lo shock) e il mio sta giungendo al suo termine. Forse a voler ben guardare è durato un po’ più dei tempi previsti ma questo periodo mi è stato comunque utile per capire diverse cose e inizio a stare decisamente meglio.

Sono pronta per ripartire (metaforicamente o fisicamente questo si vedrà).

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